Un vino che non si prende troppo sul serio meritava un’identità che balla. Anche il martedì.
Discovinello voleva portare il vino fuori dall’enoteca e dentro la pista. Una linea che si facesse notare sullo scaffale come una palla stroboscopica in una cantina: niente tralci di vite, niente calici in controluce, niente font graziato con la firma del nonno. Il brief stava su un tovagliolo: pochi vini, tanta personalità, un pubblico che il vino lo beve senza farne una questione di stato.
Siamo partiti dal naming. Ogni vino è un pezzo da ballare: il nome è il titolo della traccia, l’etichetta è la copertina del disco. Da lì abbiamo costruito il sistema di etichette: colori saturi, lettering pesante e una griglia fissa che tiene insieme la famiglia anche quando la linea si allarga.
Il logo resta fermo, tutto il resto cambia con il ritmo. Così il vino numero cinque sembra parente del primo, non un cugino di terzo grado. Lo stesso linguaggio è passato poi alla brochure di presentazione per enoteche e distributori, e a un’estensione di linea skin care che nessuno si aspettava, noi compresi. A chiudere, file consegnati puliti: il tipografo non ha chiamato nemmeno una volta. Quasi un record.
Un brand si riconosce a tre metri. Se non succede, non abbiamo finito.